La prima lettera di Giovanni e l’esperienza cristiana
Dalla
terza parte (4,7-5,13) ed epilogo (5,14-21)
L’agapê -
Tensione: agapê
dei fratelli - amore universale (Gv. 3,16; 13,1).
Agapê
e amore umano.
Senso dell’epilogo. Gli atteggiamenti di quanti “rimangono in Cristo”.
La contemplazione
per ottenere l’amore (ES di S. Ignazio 231-237) vista dalla prospettiva dell’agapê
giovanneo.
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+Introduzione
Ricorrenze del termine
come indicativo della sua
rilevanza nell’opera giovannea:
+La
testimonianza del discepolo sull’agapê
di dio
scuola giovannea (IV vangelo, lettere, Apocalisse)
1 L’Agape di Dio
nel IV vangelo
1.1 L’ agapē come
chiave di lettura dell’Ultima Cena
1.2 Amore
e fede.
1.3 agapē
e comandamento nuovo di Gesù (come dono)
1.4 Tensione: agapê dei fratelli - amore universale
2
L’Agape divino nella prima
lettera
2.1 L’offerta di sé è il
modello dell’agapē.
Focalizziamo l’attenzione su 1Gv 3,16-18
2.2
L’amore pratico
2.3 agapē e alētheia
(verità)
2.4
agapē e amore
umano (1Gv 4,7-8)
2.5 L’agapē dalla
prospettiva di 1Gv 4,7-21
2.6
La comunità cristiana.
Commento a 1Gv 4,11-12.
2.7 “Nell’amore
non c’è timore”. Commento a 1Gv 4,18 (Cf. Agostino, tr 9)
2.8 Agapē e fede (1Gv 5,1-13)
2.9 Epilogo (1Gv 5,14-21)
3.
L’Apocalise
3.1 Il rapporto sponsale tra Cristo e la chiesa in Ap 1,4-3,22
3.1.1 Cristo purifica la chiesa per renderla capace di amare.
3.1.2 La chiesa di Efeso
e l’esistenza del primo amore
3.1.3 Il messaggio alla
chiesa di Laodicea: il comando di amare
3.1-4 La chiesa fidanzata
in grado di ascoltare lo Spirito e di vincere con Cristo
3.2 Il rapporto tra Cristo e la chiesa in Ap 4,1-22,5
3.2.1 La chiesa fidanzata
si confeziona l’abito da sposa (19,6b-9)
3.2.2 La nuzialità condivisa
nella Gerusalemme nuova (21,1-2; cf. 21,4.9)
3.3 Lo Spirito e la fidanzata (22,6-21; 22,17)
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Introduzione
Il termine “agapē”,
“amore”, forma parte del vocabolario quotidiano. È facile costatare però,
che si impiega di diversa maniera e con diversi significati, sia nel linguaggio
popolare che in quello più specificamente religioso. Tal volta si utilizza
il termine “carità” dal latino caritas
per tradurre “agapē” nell’intento di estrarne qualsiasi connotazione umana.
In conseguenza è un tanto arduo, a volte, precisarne il senso, il quale
dipenderà dal suo contesto, pure nel linguaggio biblico. Forse la migliore
traduzione di “agapē” sia quella di “amore cristiano”.
Interessa a noi, esporre le caratteristiche dell’“agapē” giovanneo dal punto di vista
dalla spiritualità. A quest’ultima appartengono i contenuti teologici dell’esperienza
personale sull’“agapē” vissuta
e presentata dal discepolo prediletto. Ricordiamo: la spiritualità biblica
giovannea consiste nell’individuare e riflettere sui contenuti teologici che
caratterizzano l’esperienza personale di Giovanni.
Ricorrenze
del termine
come
indicativo della sua rilevanza nell’opera giovannea:
“Agapa,w (agapaō)” è un altro termine caratteristico
di S. Giovanni [come luce, vita, verità, rimanere (dimorare), testimoniare].
Si trova nel NT 141 volte, di cui negli scritti giovannei 71 (praticamente
la metà delle ricorrenze): 36 nel vangelo, 31 nelle lettere, 4 nell’Apocalisse.
“Agapē” nel NT 116 volte, di cui 30
negli scritti giovannei:
7 nel vangelo, 21 nelle lettere; 2 nell’Ap
La testimonianza del discepolo
sull’ agapê di dio
scuola giovannea (IV vangelo,
lettere, Apocalisse)
1 L’Agape di Dio
nel IV vangelo
Il tema dell’amore di Gesù verso i suoi (agapê
dei fratelli: Gv13,1)
e verso il kosmos
(amore universale: Gv. 3,16).
Come ben osserva il Mollat
[1]
, secondo il vangelo di Gv, l’amore (agapē)
è all’origine, al cuore e al termine dell’opera divina in Gesù Cristo... Gesù
sperimenta nel suo essere d’uomo la realtà dell’amore unico con il quale il
Padre lo ha amato “prima della fondazione del mondo” (17,24.26). L’amore de
Padre per Gesù e viceversa di Gesù per il Padre sta al centro del pensiero
e dell’esperienza di Giovanni.
* L’amore
del Padre per Gesù:
Gv 5:20
Perché il Padre ama il Figlio,
e gli mostra tutto quello che egli fa;
e gli mostrerà opere maggiori di queste, affinché ne restiate
meravigliati.
10,17:
“Per
questo il Padre mi ama:
perché
io offro la mia vita,
per
poi riprenderla di nuovo.
* Gesù
vive cosciente di questo amore; anzi vive di esso:
6,57 Come il Padre vivente mi ha mandato
e io vivo a motivo del Padre,
così chi mi mangia
vivrà anch' egli a motivo di me.
* L’esistenza
stessa di Gesù, la sua vita è accoglienza e disponibilità senza riserve nei
confronti di quest’amore, di questo rapporto d’intimità (essere in, dimorare,
menein):
15,10-13:
“Se
osservate i miei comandamenti,
dimorerete nel mio amore;
come
io ho osservato i comandamenti del Padre mio
e
dimoro nel suo amore.
Vi
ho detto queste cose,
affinché la mia gioia dimori
in voi e la vostra gioia sia completa.
Questo è il mio comandamento:
che vi amiate gli uni gli altri,
come io ho amato voi.
Nessuno
ha amore più grande di quello di dar la sua vita per i suoi amici”
17,22-26:
22
“Io ho dato loro la gloria che tu hai data a me,
affinché siano
uno come noi siamo uno;
23 io in loro e tu in me;
affinché siano
perfetti nell'unità,
e affinché il mondo conosca che tu mi hai mandato,
e
che li ami come hai amato me.
24 Padre, io voglio che dove sono
io,
siano
con me anche quelli che tu mi
hai dati,
affinché vedano la mia gloria che tu mi hai data;
poiché mi hai amato prima della fondazione del
mondo.
25 Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto,
ma
io ti ho conosciuto;
e
questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato; 26
e
io ho fatto loro conoscere il tuo nome,
e
lo farò conoscere,
affinché l' amore del quale tu mi hai amato sia in loro, e io in loro”.
L’uomo, è capace di rispondere all’amore di Dio
con l’amore? Può amare Dio?
La risposta di Giovani è positiva. Sì, perché Gesù è oggetto
dell’amore del Padre e il Padre ci ama in Lui dandoci la capacità di diventare
i suoi figli (Gv 1,12), fratelli di Gesù (20,17). Così è data all’uomo in
Gesù, non soltanto la rivelazione dell’amore di Dio per l’uomo, ma anche la
possibilità concreta di rispondere all’amore con l’amore.
L’amore di cui parla il IV vangelo
è soprattutto l’amore del Padre verso il Figlio e insieme l’amore del Padre
verso il mondo; amore che passa attraverso il Figlio come mediatore unico;
perciò l’amore del Padre verso il mondo si manifesta
nell’amore di Gesù verso il mondo, verso coloro che il Padre gli ha dato.
Nell’uomo Gesù, la vita appare vissuta come amore:
amore del Padre e amore dell’umanità
intera verso la quale il Padre lo ha mandato
[2]
. Questi due amori costituiscono una sola cosa:
“Io amo il Padre” (14,31) e”Io vi ho amati” (13,34;
15,9.12).
Gesù non può amare il Padre senza amare coloro che il
Padre gli ha “dato” (6,37;10,29), così come non può amare questi senza amare
il Padre, poiché l’amore che ha per loro non è che la rivelazione vivente
dell’amore del Padre per il mondo. Anzi Gesù vive in una tale koinōnia con il Padre che, attraverso
l’amore per i suoi, è comunicato loro l’amore con il quale il Padre lo ama:
“Come
il Padre mi ha amato, anch’io amo voi” (15,9).
“Tu
li hai amati come hai amato me” (17,23)
Introdotto così da Gesù l’amore del Padre negli
uomini, questo si espande e prende forma nell’amore fraterno. ‘L’amore fraterno chiude il cerchio dei
rapporti tra il Padre e il Figlio e i suoi seguaci e istituisce fra essi una
comunione che non è di questo mondo, una comunione che ha come fondamento
l’amore di Dio e come legge intrinseca la permanenza in questo amore”
[3]
.
1.1 L’ agapē come
chiave di lettura dell’Ultima Cena
In Gv 13,1 che introduce i discorsi di addio e
la passione, si tratta del momento centrale di questa discesa dell’agape,
si tratta dell’ agapē di Cristo
verso i suoi. L’opera intera di Cristo viene qui caratterizzata nella sua
totalità come ‘agapǎn’ (amare).
Questa agapē di Gesù verso
i suoi e del Padre verso il mondo (3,16) costituisce l’armatura teologica
del vangelo. Posto così all’inizio della seconda sezione del vangelo (13,1),
cioè all’inizio del libro dell’ora (della gloria: Brown), l’ agapē diviene chiave dell’esegesi di tutto ciò che segue.
Oggetto dell’amore sono i suoi (tous idious). Chi siano questi e già detto:
sono le sue pecore (10,14), sono coloro che il Padre gli ha dato (10,29) e
verrà in seguito più volte ripetuto
1- a questi suoi che ascoltano il discorso di
addio
2- e nella preghiera sacerdotale
3- e al momento dell’arresto.
Sono i suoi discepoli che Lui ha scelto e che
Lui conosce e che hanno corrisposto al suo amore e hanno creduto in Lui. Sono
coloro che, essendo dalla verità ascoltano la sua voce (18,37).
Infatti: se in Gv 3,16 oggetto dell’agapē di Dio è il mondo e qui oggetto
dell’agape di Cristo sono i suoi,
come nota Bultmann non si tratta di una contraddizione. Anche l’amore del
Figlio è diretto al mondo, ma tale amore diviene efficace solo quando esso
viene accettato. Perciò ora i rappresentanti dell’amore di Gesù sono i discepoli
che lo hanno accettato e ricambiato nella fede in lui.
L’esplicitazione dell’oggetto dell’agape di Gesù mediante la qualifica: -quelli
che sono nel mondo- non è certo senza significato. Tale espressione cade in
parallelismo con quella riguardante il passaggio di Gesù:
-
da questo mondo (ek tou kosmou toutou)
-
nel mondo (en
tō kosmō)
“kosmos toutos”
ha però una sfumatura negativa. Mentre Gesù lascia questo mondo, ama i suoi
che stanno nel mondo ancora.
L’amore
di Gesù viene intensamente espresso mediante la ripetizione che crea tensione
positiva: agapēsas… ēgapēsen.
Il participio agapēsas evoca l’aspetto gia compiuto dell’amore di Gesù che
ha la sua origine nella scelta dei suoi, nella vocazione raccontata al capitolo
primo, nell’aspetto di predilezione, che ha il suo svolgimento lungo tutta
la vita pubblica, i discorsi, i miracoli, i segni , le opere.
Eis telos
ēgapēsen autous
porta la tensione al punto culminante. Come notano i commentatori l’espressione
eis telos non significa soltanto:
fino al termine; Gesù amò i suoi con costanza, con fedeltà, fino al termine
della sua vita. Ha il senso però, assai più denso e carico di perfezione,
fino al limite della sua possibilità.
Questo
amore supremo fino alla perfezione del dono totale di sé sarà tra poco realizzato
nell’atto di lavare i piedi ai discepoli, come simbolo dell’atto ultimo e
definitivo, del passaggio di Gesù al Padre, che nella sua totalità è insieme
la perfezione dell’amore di Gesù verso i suoi e la perfetta realizzazione
dell’amore del Padre verso Gesù e verso il mondo”.
Si capisce allora come Gesù possa domandare ai
discepoli, senza alcuna presunzione personale, di amarlo. Nei discorsi di
addio, l’appello ad amare Gesù si fa insistente. Nel capitolo 14 ritornano
come un ritornello le formule: “Se mi amate” (14,15), “se uno mi ama” (14,23),
“ecco che mi ama”(14,21) ecc. (14,28) o, al contrario, “colui che non mi ama”
(14,24).
In quest’amore per Gesù non c’è
nessun pericolo di idolatria, poiché Gesù è l’oggetto dell’amore del Padre
e il Padre ci ama in lui. Così è data all’uomo in Gesù non soltanto la rivelazione
dell’amore di Dio per l’uomo, ma anche la possibilità concreta di rispondere
all’amore con l’amore. È quanto Gesù
dice ai Giudei increduli:
Gv 8,42
“Se Dio fosse vostro Padre, mi amereste,
perché io da Dio sono uscito e vengo da Dio;
infatti io non sono venuto da me, ma è lui che mi ha mandato”.
Non si può amare Dio, e dirsi
il suo figlio, e nello stesso tempo rifiutare colui che egli ha mandato.
1.2 Amore
e fede.
Secondo lo Schlier
[4]
: “L’amore verso Gesù e verso Dio, che è il riflesso dell’amore
di Dio in Gesù per i suoi, non è insomma, altra cosa che la
fede. Non è solamente collegato
alla fede, ma si esercita già nello stesso atto della fede… La fede implica
sempre questo amore”.
La prova d’amore per Gesù consiste nella fedeltà ad osservare (mantenere)
il suo comandamento (entolē)
nel senso già spiegato che comporta un aspetto didattico d’insegnamento, come
un insieme della rivelazione della volontà divina, associato con la promessa
della nuova alleanza (Ger, Ez).
Il concetto di entolē,
comandamento, dunque, ricapitola la rivelazione portata da Cristo e mostra
la via nuova che Lui è venuto ad aprire: il comandamento dell’amore fraterno.
La legge della nuova comunità è il servizio fraterno (la lavanda dei piedi:
cf. 13,33-34).
1.3 agapē
e comandamento nuovo di Gesù (come dono)
Il comandamento nuovo è il comandamento di Gesù: “questo è il mio comandamento”
(15,12; cf. 13,34; 14,15.21; 15,10). Metterlo in pratica sarà il segno dal
quale tutti riconosceranno la comunità dei discepoli. Più ancora, esso sarà
il sigillo della sua presenza. Gesù chiede ai suoi discepoli non solo di amarsi
con quello stesso amore che egli ha avuto per essi: “Rimanete nel mio amore”
(15,9). Il loro amore sarà il frutto di questo amore. Esso scaturirà dalla
sua sorgente [il dono di Dio, l’acqua viva (4,13-14; 7,37s)] e sarà la risposta
a quest’amore.
Sarà un amore fraterno e reciproco.
La comunità sarà una comunione, uno scambio mutuo di servizio, un “vivere
insieme” nell’amore di Gesù, uniti dall’amore per Gesù. Un legame essenziale
collega dunque, l’amore fraterno alla fede
in Gesù. Essi sono così inseparabili tra loro, come in Gesù lo sono
stati l’amore per il Padre e l’amore per il mondo.
Il comandamento nuovo, caratteristico dell’ultima tappa
della rivelazione, sarà il segno dell’alleanza
nuova, della comunità nata dalla fede in Gesù e dal suo amore. Si tratta
di un dono, di una grazia (charis).
Consideriamo l’espressione:
“Io vi do un nuovo comandamento: che vi amiate gli uni gli altri.
Come io vi ho amati, anche voi amatevi gli uni gli altri” (Gv 13:34).
Il verbo “dare” è quello caratteristico
per esprimere la donazione della legge. Così viene impiegato ad esempio in
Gv 1:17 “Poiché la legge è stata data per mezzo di Mosè; la grazia e
la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo”. Così compare in Ger 38,33
(versione LXX, nella versione ebraica compare in 31,33) a proposito della
nuova alleanza e in Ezechiele a proposito del dono di un cuore nuovo e del
dono dello Spirito (Ez 36,26-29) [vedere il tema 4 del tesario].
Il dono del comandamento
nuovo, che segue alla scena della lavanda dei piedi in Giovanni (13,1-33.34-35),
corrisponde nel quarto vangelo all’istituzione dell’Eucaristia come sacramento
della nuova alleanza nel sangue di Gesù in Lc 22,20 (cf. 1Cor 11,23; Eb 8,8).
1.4 Tensione: agapê dei fratelli - amore universale
Si oppone la nozione
giovannea dell’amore fraterno alla concezione neotestamentaria dell’agapē cristiana? È l’agapē
cristiana aperta in missione al mondo con la richiesta perfino di amare i
nemici in conflitto con l’agapē dei fratelli? Per una risposta
giusta dobbiamo tenere conto di quanto segue
[5]
:
1-
La comunità dei discepoli
di Gesù è “mandata nel mondo”, come Gesù stesso è stato mandato nel mondo
dal Padre (17,18; 20,21) e la testimonianza della sua unità dovrà convincere
il mondo che Gesù è stato mandato dal Padre (17,21).
2-
Ebbene, questa missione del
Figlio non ha altra origine che l’amore del Padre per il mondo (3,16-17),
cioè un amore universale.
Focalizziamo adesso meglio sulla struttura del concetto giovanneo di agapē:
1-
L’amore fraterno dei discepoli
di Gesù è una partecipazione all’ agapē
divina, cioè all’amore che, nella distinzione reciproca e nella perfetta corrispondenza
del Figlio al dono del Padre,
unisce il Padre e il Figlio in un’assoluta e totale intimità.
2-
Là si trova, secondo Gv,
la perfezione e la sorgente di ogni amore, così come il Cristo l’ha rivelato
al mondo. L’amore nella sua perfezione divina è essenzialmente comunione,
koinōnia. Per questo, con un gesto
di generosità totalmente gratuita Dio ha voluto aprire agli uomini questa
intimità e donar loro la possibilità di partecipare alla gioia e alla gloria
di questa comunione.
3-
In Gesù l’amore di Dio ha
operato, e mediante lo Spirito non cessa di operare, questo doppio movimento
d’apertura e di raccoglimento, che viene ad afferrare il kosmos per raccoglierlo nell’intimità della comunione divina.