Considerazioni finali

           

            Nella comunità giovannea, gli atteggiamenti di quanti rimangono nella luce della vita e nell’agape può essere definito con i seguenti elementi[1]:       

 

1                          Atteggiamento di fede nell’azione verso i fratelli (dentro la Chiesa) e verso il mondo:

                        Alla fine della lettera i diversi elementi trattati da Gv convergono verso l’unica testimonianza, quella che il Padre rende in noi nello Spirito dandoci suo Figlio. È l’appello alla fede, ma non la fede di un momento. È la fede nella luce che dà la vita, che viene professata nel battesimo, che si sviluppa nei sacramenti e non cessa di verificare la sua realtà dall’amore di cui ci fa vivere[2]. Il membro della comunità di Gv, si situa in un orizzonte più approfondito di comprensione del vangelo e di lettura e interpretazione di se stesso, del mondo e della storia, che ormai gli possono apparire come segni più trasparenti della presenza e dell’amore di Dio. Questa comprensione lo spinge ad un impegno etico e sociale di fronte al mondo. L’orizzonte di fede contemplativa è anche orizzonte d’amore che s’indirizza a Dio attraverso, o meglio, nell’amore ai fratelli.

 

                       

2                          Atteggiamento di amore per Dio e per i fratelli (e nei fratelli per tutto il creato)[3] attivato nella preghiera.

                        Qual’è la preghiera che sarà concessa? Proprio quella di approfondire la fede (Gv 15,7; 1Gv 5,14-15)[4], e cioè quella di guardare il vangelo, con i sensi spirituali; quella di ringraziare i segni di Dio nella propria vita e di riconoscere l’amore di Dio per tutta la comunità giovannea e cioè per noi stessi.

                        Un tempo, come gli apostoli, chiedevamo molte cose, forse lo facciamo ancora, i primi posti nel regno, il fuoco del cielo sulle città che rifiutavano di ricevere Gesù, ma la nostra domanda era priva di valore perché non eravamo veramente nello Spirito di Dio. Ora rimaniamo in lui –dice Giovanni- perché viviamo nel comandamento dell’amore. Abbiamo dunque la promessa che ogni richiesta, ispirata nella fede e nell’amore, fatta in suo nome, sarà esaudita. La preghiera diventa un modo per esprimere questa unione che in ogni istante abbiamo con Dio. Vi raggiungiamo il modo in cui Dio vede e ama la sua creazione quando decide abitare fra noi[5].

                        Questo particolare è ben espresso nel #104 degli esercizi spirituali ignaziani nella contemplazione dell’Incarnazione (seconda settimana):

                        “chiedere interna conoscenza del Signore, che per me si è fatto uomo, perché più lo ami e lo segua”.  

            Ma appare soprattutto nella la preghiera della contemplazione per conseguire l’amore  (#233):

           

“Chiedere conoscenza interna di tanto bene ricevuto, perché io, riconoscendolo interamente,

possa in tutto amare e servire sua divina maestà”.

 

Cf. Principio e Fondamento (#23,7): “solamente desiderando e scegliendo quello che più ci porta al fine per cui siamo creati”.

            Queste altre citazioni del libro degli esercizi possono essere utili a questo riguardo:

            Chiedere la grazia per eleggere quello che più sarà gloria di sua divina maestà e salute dell’anima mia (# 152: le tre categorie di uomini). Unione che porta alla situazione di consolazione spirituale (# 316) in maniera che “quell’amore che mi muove e che mi fa dare…(qui nel distribuire elemosine ma ut sic in pluribus,) discenda dall’alto (cf. # 237) dall’amore di Dio nostro Signore (# 338,2) in maniera che senta prima in me che l’amore più o meno intenso, che tengo per tali persone è per Dio, e perché nel motivo per cui le amo di più risplenda Dio” (# 338,3) 

 

 

3              Atteggiamento di servizio e di reciprocità: L’amore si dimostra

con i fatti cioè con il servizio:    

        

EsSp #230:

             “l’amore si deve porre più nelle opere che nelle parole”

                 

e con la reciprocità:

EsSp #231:

… l’amore consiste nella comunicazione reciproca, cioè nel dare e comunicare l’amante all’amato quello che ha, o di quello cha o può, e così, a sua volta, l’amato all’amante; di maniera che si l’uno ha la scienza, la dia a chi non l’ha, se onori, se ricchezze, e così l’uno all’altro”.

          

 Il servizio e la reciprocità viene in Gv. portato al massimo: Anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli  (1Gv 3,16). Alla nostra imitazione (cf. lavanda dei piedi) non viene proposto un esempio esteriore, ma lo scorrimento in noi della vita di Dio attraverso l’amore dei fratelli. Quando vi è servizio disinteressato per gli altri come concretizzazione dell’amore per gli altri, vi è amore di Dio. In realtà Giovanni ci invita a non dissociare amore di Dio e amore degli uomini (1 Gv 4,11-12) e a dire: l’essere umano non può amarsi, né amare il fratello, se non passando attraverso Gesù Cristo, riconosciuto come Figlio di Dio e salvatore. Solo allora l’amore con cui ci amiamo gli uni gli altri è l’amore stesso con cui Dio si ama (mistero della Trinità) e ci ama[6], e cioè diventa un amore pratico, di ogni giorno.

 

4                          Atteggiamento contemplativo e amante che è sintesi e culmine della capacità di discernimento: Saper cercare e trovare Dio, così come ce lo descrive Giovanni, significa discernere e abbracciare il volere divino in ogni occasione e sempre. Implica precisamente l’abituale capacità di discernimento.

            Questo atteggiamento richiede una spiegazione un po’ più ampia delle precedenti.

            L’occasione che dà luogo alla lettera, ricordiamo, è quella di una crisi che la Chiesa periodicamente conosce nella sua storia e in cui il discernimento è necessario per mantenere una fede autentica[7]. Alcuni fedeli dell’epoca, la cui mentalità si avvicinava a quella degli gnostici, anche se non è possibile precisare meglio a quale corrente appartenessero, fondavano la conoscenza che il cristiano ha di Dio in Gesù Cristo più sull’intelligenza che sulla conversione del cuore e la realtà dell’Incarnazione della Parola di Dio, vale a dire del Verbo. Sebbene i problemi che ci coinvolgono ora non sono esattamente come quelli di loro anzi, alcuni può darsi che ben diversi, penso non è stato tuttavia meno utile costatare il modo con cui Giovanni cerca di risolvere quelli del suo tempo. Egli invita ai cristiani, turbati di queste pretese a prendere coscienza delle ricchezze della loro fede in Gesù e rimetterle di fronte ai criteri autentici della loro comunione con Dio. Egli pone così – dice Laplace- i principi di un discernimento che potremmo qualificare come fondamentale.

            Prima di qualsiasi discussione o esame di problemi particolari, ci invita ad assicurarci di avere in noi i segni della presenza viva dello Spirito. Questo invito si rivolge sia ai cristiani di allora che a noi, i cristiani d’oggi, che così facilmente – riflette ancora il Laplace- ci lasciamo impressionare dalla critica ai nostri valori…

            Questo invito può essere capito solo da chi trova il tempo per assimilare la lettera anche con la preghiera. Ora Giovanni, con il modo come conduce il suo pensiero, ci aiuta ad entrare progressivamente nella preghiera il discernimento.

            Nella lettera, come nel vangelo, Giovanni non ci da un insegnamento esplicito sulla preghiera, né formula una qualsiasi preghiera, ma con la lenta penetrazione della verità e con il richiamo a quella “unzione ricevuta dal Santo” per cui “tutti avete la scienza” (1Gv 2,20) conduce a quella “pace del cuore” che ci fa avere piena fiducia davanti a Dio (3,19 e 21) e che “manda via ogni timore” anche “nel giorno del giudizio” (4,17-18).

            Un ritiro è certo il momento ideale per assimilare il contenuto della lettera e la sua spiritualità, ma anche in mezzo alla vita più occupata e anche preoccupata saremo presto ricondotti all’essenziale. 

            Giovanni infine, invita gli esseri dispersivi come noi a superari le opposizioni nelle quali noi spesso rinchiudiamo la nostra vita spirituale: azione e contemplazione, presenza al mondo o fuga dal mondo, spiritualità orizzontale o verticale. Queste categorie vengono superate nel movimento della lettera verso il termine in cui si compie l’unità in noi e con i nostri fratelli. Tutto vi viene riassunto nell’amore: “Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi” (4,15). Tutto conduce a questo termine: l’amore fraterno che è un comandamento. È un comandamento che può sembrare semplice a chi non misura il cammino che porta a questa vetta. Non è altro che il cammino dell’unità. Colui che si lascia condurre da Gv., accede a questo termine solo dopo essere sceso nel più profondo di sé dove, riconoscendosi tenebre, si apre alla luce ed è da questa luce introdotto nell’amore, che poco a poco scopre essere Dio stesso. Da questo punto, può rendere testimonianza di se stesso, in koinônia con i testimoni oculari , può condividere con loro la stessa esperienza: la gioia testimonia per lui.

 

 

Discernimento

Prima caratteristica:

 

            La fede nel Verbo incarnato è la prima condizione d’ogni discernimento. Contemplare l’abbassamento del Signore Gesù (cf. tre modi di umiltà EsSp # 165-168) che ci ama fino a dare la vita per noi.

La ragione è la tecnica sono utili, ma hanno il suo posto. Si deve lasciare allo Spirito la libertà delle sue iniziative, “di entrare e uscire nell’anima” come vuole, di “soffiare dove vuole”, senza sapere “da dove viene e dove va” come dice Giovanni (dialogo con Nicodemo: 3,8). Per questo il discernimento suppone la frequente ripresa del ricordo del Signore Gesù nello Spirito, mediante la preghiera personale e il ricordo per eccellenza della partecipazione nella Eucaristia (Ap 3,20: “Ecco, sto alla porta e busso…).

 

Seconda caratteristica:

               

            Fondato sulla fede in Gesù questo discernimento si esercita, in verità, soltanto nella comunione di coloro che credono in lui. Si realizza nella Chiesa mediante l’accoglienza della testimonianza dei primi che l’hanno visto e sentito. Il discernimento è una questione personale, non è mai però un’opera individuale. S. Giovanni diceva “Chi conosce Dio ascolta noi” (1 Gv 4,6). Sant’Ignazio suppone che ogni scelta si faccia nella fedeltà alla “chiesa gerarchica, nostra madre” e nell’applicazione di ognuno a sentire e a giudicare come lei. È il significato dell’accompagnamento spirituale. Non è solo una misura di prudenza, un ricorso a degli esperti. È la messa in opera della nostra fede che si riceve e si sviluppa non da soli ma nella Chiesa[8]. È ricevuta dall’alto e si sviluppa nella comunità (domanda pubblica nell’ordinazione) e nella comunione dentro della chiesa, anche nelle sue espressioni più originali.

 

Terza caratteristica:

               

            Tale discernimento si compie al centro del gran combattimento, nella lotta, in cui si impegna la nostra fede in Cristo. Nella contrapposizione fra Gesù e i farisei nel quarto vangelo è rappresentata la crisi fondamentale di ogni uomo. La lotta per rimanere nella luce viene ad esempio narrata nel brano del cieco nato (Gv 9). Accettare di entrare in questa via vuol dire accettare la lotta del discernimento, quella crisi che si è aperta fin dal principio dell’umanità. Andrò fino in fondo, dice il convertito o il principiante come Pietro, però questa generosità radicale è piena d’illusioni. Richiede grandi purificazioni nell’amore. Richiede un mutamento che si compie attraverso la croce di Cristo. La nostra fede vi si affina. Vi passiamo da idee, principi, ideologie, alla fede viva in Gesù nella sua Chiesa. Questa lotta non ha mai fine. È quella del discernimento.

La pedagogia spirituale di Gv. ci riconduce sempre alla persona del Verbo Incarnato. Essa ci unifica. La spiritualità giovannea è allo stesso tempo cristocentrica e trinitaria. La persona di Gesù non è se stessa se non rivolta al Padre (prologo del Vangelo 1,18). Non è se stessa se non quando non si appartiene, ma si colloca nel suo rapporto all’altro. La differenza che la definisce è in sé reciprocità. Se seguiamo Gesù per vivere la sua vita, siamo trascinati da lui in questo mistero. È il mistero della Trinità divina, infine la vita dell’essere umano. L’unità in cui ci mette non si chiude mai in sé, ma ci porta oltre a noi stessi e si ritrova nel minimo gesto d’amore fraterno, e cioè nella koinônia della Chiesa. Questa koinônia, col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo (1Gv 1,3) che ci fa suoi figli (Gv 1,12-13; 20,17; 1Gv 3,1-2) è alla radice della nostra testimonianza. Secondo gli scritti giovannei, questo dono nello Spirito è fonte di evangelizzazione per il mondo [cf. il dialogo con la samaritana (Gv 4,10.14) e il discorso di Gesù nel tempio di Gerusalemme, l’ultimo giorno della festa delle Tende (Gv 7.37-39)].

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            Abbiamo dato, durante il corso, uno sguardo al tempo dei primi cristiani che vivevano in torno ad Efeso.

            Il segreto, però, della santità dei primi cristiani non sta nella differenza dei tempi. né nella diversità dei climi né nel privilegio delle persecuzioni né in una natura migliore, bensì nella fede viva che genera la carità e dà i suoi frutti naturali, ossia il servizio disinteressato soprattutto verso i poveri e gli emarginati. Servizio eccellente in mezzo ad una società incredula, mantenuto con l’eroismo che solo nella fede trova spiegazione[9].   

 

            Un pensiero finale sul discernimento spirituale, nelle parole (in lingua inglese), del precedente superiore generale della Compagnia di Gesù:

 

Nothing is more practical than

finding God, that is, than

falling in love

In a quite absolute, final way.

what you are in love with,

what seizes your imagination

will affect everything.

It will decide

What will get you out of bed

in the morning,

What you do with the evenings,

how you spend your weekends,

what you read, who you know,

what breaks your heart,

and what amazes you with

joy and gratitude.

Fall in love, stay in love,

and it will decide everything  

           

                                                                                                          Pedro Arrupe s.j.          



[1] Cf. A. Sampaio Costa, Corso AP 2031, Appunti per gli studenti  lezione 13, 206. Cerchiamo in queste considerazioni finali di individuare brevemente col Laplace quelle aree d’influsso della spiritualità giovannea sugli esercizi spirituali di S. Ignazio.

[2] Cf. J. Laplace, 186.

[3] Mediante la fede conosciamo Dio come amore: “Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi” (1 Gv 4,16).

[4] La preghiera di fiducia ne forma parte. I peccati commessi nella debolezza saranno perdonati per il sangue di Gesù, per mezzo del sacramento della riconciliazione (1Gv 1,7; 5,5-7; Gv 19,34; 20,23).

[5] “Tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste” (Gv 1,3). Questo stesso Verbo “in cui è la vita” e che è luce degli uomini (Gv 1,4) si “è fatto carne” “per abitare in mezzo a noi” e permetterci di “vedere la sua gloria” (Gv 1,14). È lui che rivela a ogni creatura i Padre, “nel seno del quale riposa” e che “nessuno ha mai visto”. L’incarnazione non è un momento perduto della storia dell’universo. Attraverso essa tutto prende senso, poiché in essa Dio ha comunicato vita. J. Laplace, 155.

[6] Laplace 163-164.

[7] Laplace, 5.

[8] L’accompagnatore spirituale è un testimone privilegiato dell’opera di Dio nel soggetto che apre la sua esperienza a confronto.

[9] P. Poveda, Vivere come i primi cristiani, Torino 1998, 29.