La venuta-manifestazione di Dio negli scritti giovannei

(Seconda parte: 1 Gv e Ap)
Corso AP 2033  Javier López

 

Grech, P., “Fede e sacramenti in Giov. 19,34 e in 1 Giov. 5,6-12” in Fede e sacramenti negli scritti giovannei, P.-R. Tragan ed., Roma 1985, 149-163. 

(PUG  biblioteca Mag. 8 CM 90).

Pasquetto, V., Incarnazione e comunione con Dio. La venuta di Gesù nel mondo e il suo ritorno al luogo d'origine secondo il IV Vangelo, Roma, 1982.

Schnackenburg, R., The Johannine Epistles, New York 1992, 230-241 (1 John 5,5-12).

Vanni, U., “Discernimento e comunità negli scritti giovannei” in Con Gesù verso il Padre. Per una spiritualità della sequela, Roma 2002, 119-126.

 

2          Nella prima lettera

 

2.1       Un testo fondamentale è 1Gv 4,2-3. Presenza di Gesù e discernimento.

 

1Gv 4,2: “Da questo voi conoscete lo Spirito di Dio: ogni (manifestazione dello) spirito, che riconosce (pubblicamente) che Gesù Cristo è venuto (e rimane) nella carne, è da Dio”. Non si riferisce solo all’inizio dell’incarnazione, ma all’incarnazione continuata, azionata dallo Spirito, il quale quando suggerisce e muove il cuore da parte di Cristo, si rifà sempre alla prima fase dell’incarnazione e cioè ci muove a conoscere ed integrare il vangelo nella sua totalità. Vale a dire, non soltanto si rifà  all’evento puntuale della venuta di Gesù al momento dell’incarnazione, o al momento visibile della nascita, ma anche alla vita pubblica, ai suoi segni, all’Ultima Cena e alla Passione e morte, in pratica, alla gloria che risplende già nella croce come ce la presenta Gv. Lo Spirito non presenta un Cristo che non ha nulla da fare con il Cristo venuto nella carne.

 

1Gv 4,3: “e ogni spirito che non riconosce pubblicamente (confessa) Gesù, non è da Dio, ma è lo spirito dell' anticristo. Voi avete sentito che viene; anzi è già nel mondo”.

Questi anticristi non univano le due fasi dell’esperienza cristiana: la manifestazione nella carne come prima venuta e la venuta di Cristo nello Spirito. La svuotavano dalla prima fase, della prima venuta di Gesù, la fase prima del ritorno al Padre.

 

2.2 - la triplice conferma divina della venuta di Gesù nel quale è fondata la nostra fede:

    lo Spirito, l’acqua e il sangue (5,6-9)

 

5          Chi è dunque che vince il mondo,

se non colui che crede che Gesù è il Figlio di Dio?

 

6                    Questi è Colui che è venuto con acqua e sangue,

         cioè Gesù Cristo;

non con acqua soltanto, ma con l' acqua e con il sangue.

 

Ed è lo Spirito che ne rende testimonianza,

perché lo Spirito è la verità.

 

7          Poiché tre sono quelli che rendono testimonianza:

8                      lo Spirito, l' acqua e il sangue,

                  e i tre sono concordi.

 

9          Se accettiamo la testimonianza degli uomini,

                                      la testimonianza di Dio       è maggiore;

                                    e la testimonianza di Dio

             è quella che egli ha reso al Figlio suo.

 

Una prima interpretazione equivale ad una notazione antidoceta, antignostica: Gesù era un vero uomo, è veramente morto e si è visto il suo sangue. È, infatti, la prima menzione del sangue di Gesù nella passione, a prescindere di quella di Luca nell’agonia dell’orto del Getsémani. I commentatori mettono in risalto che quando le divinità prendevano un corpo umano –nelle diverse mitologie- non avevano sangue, e se in Gesù c’era sangue, vuol dire che il suo corpo era umano [1] .

Questo è vero ma non spiega ancora tutto.

 

1Gv 5,6

Secondo lo Schnackenburg, alla luce dell’importanza che il quarto Vangelo pone sul battesimo e la morte di Cristo, non c’è dubbio che questo passo della lettera si concentra sui medesimi eventi specialmente sulla morte di Gesù come evento soteriologico da dimensioni cosmiche [2] . È nella sua morte che si compie pienamente la redenzione. In Lui, in Gesù Cristo, è compiuto e completato quello che implica l’incarnazione (1Gv 1,2). Riferendosi nel suo commentario ai passi del quarto vangelo, dove Cristo viene presentato come Agnello (Gv 1,29), come colui che si offre «per la vita del mondo» (Gv 6,51) e «per le pecore» (Gv 10,15), come colui che è venuto perché «abbiano la vita» (Gv 10,10) passa lo Schnackenburg fino al versetto del costato trafitto di Gesù sulla croce, dal quale scaturisce « sangue e acqua » (Gv 19,34), sorgente che diventa per gli altri risorsa della vita.

Facciamo una importante distinzione fra il versetto 1Gv 5,6 e i seguenti due (1Gv 5,7-8). Tutto il v. 1Gv 5,6 si riferisce a Lui, il quale «è venuto» nella storia umana, e non alla liturgia futura oppure alla vita sacramentale della chiesa.  Invece i vv. 7-8 si riferiscono soprattutto alla venuta di Gesù nella vita sacramentale della chiesa, una vita nella quale l’atto salvifico di Gesù continua attraverso la mediazione dello Spirito e lo rende efficace, come vedremo a continuazione.

 

5,7-8  L’acqua e il sangue come testimoni sacramentali nella vita ecclesiale.

 

La fede giovannea non è riflessione cerebrale interiore o comprensione totale, neanche fiducia cieca che comporta un sacrificio dell’intelletto, ma fede basata sempre sulla testimonianza o sui testimoni [3] . É chiara l’intenzione dell’autore, di mandare avanti il suo pensiero. Acqua e sangue avevano un ruolo importante come fattori storici nella venuta di Cristo ma adesso sono aggiunti allo Spirito come testimoni, in un contesto di giudizio tanto caro al pensiero giovanneo. Adesso non sono considerati come eventi ma come elementi che rendono testimonianza.

Guardando Gv 19,34, Schnackenburg intuisce che l’autore della lettera, nel filone dell’acqua e sangue uscito dal costato di Gesù (cf. Gv 19, 36-37), vede l’accenno a qualcosa di più profondo, perché il sacrificio della morte di Gesù è la sorgente della forza salvifica della vita divina, alla quale attingono i fedeli. Questi due elementi, acqua e sangue, evocano particolarmente i due sacramenti, battesimo ed Eucaristia, ai quali per ognuno è dedicata una sezione del vangelo (cap. 3 e 6).

Lo Spirito è principio fondamentale, dal quale deriva la forza soprannaturale per ambedue i sacramenti (cf. Gv 3,6; 6,63). Da adesso, queste tre entità maggiori possono essere considerate come tre testimoni in accordo. Loro operano insieme dal tempo della venuta storica di Gesù e continuano per la generazione che viene. Allo stesso tempo il collegamento con l’evento maggiore della salvezza (la venuta di Cristo con acqua e sangue), non è andato perduto. Sembra che questo sia indicato con il doppio significato e doppio riferimento che l’autore pone ai termini acqua e sangue. Da una parte rievocano il contesto storico di 1Gv 5,6 e dall’altra parte i sacramenti salvifici, battesimo ed Eucaristia, prolungano il loro effetto oltre quel tempo. Così questi due elementi, acqua e sangue, hanno una storica funzione di testimonianza [4] , la qual è raggiungibile anche per la generazione futura. Questa stretta affinità tra Gv e 1Gv e l’enfasi su «acqua e sangue» in Gv 19,34 e 1Gv 5,6 non è una mera coincidenza.

Schnackenburg spiega che il cambiamento dell’ordine (“sangue e acqua” in Gv 19,34; “acqua e sangue” in 1Gv 5,6) è dovuto al fatto che nel v. 6 vi è un eco dalla sequenza del battesimo e dell’Eucaristia nella vita cristiana nella mente dell’autore, differente dalla scena storica in Gv 19,34. C’è dunque una profonda riflessione teologica dell’autore: l’atto salvifico di Dio continua presente nella vita della chiesa. Mediante la parola ed il sacramento, la chiesa estende la vita divina ai credenti per le generazioni future. L’azione dello Spirito nella chiesa diventa una testimonianza forte, mettendo la venuta di Gesù, cioè il significato salvifico di Gesù e specialmente la sua morte redentrice nella sua vera prospettiva [5] . C’è una continuità pure fra la testimonianza del discepolo al piede della croce, e la testimonianza di chi scrive la lettera, il quale partecipa della vita sacramentale della chiesa ed è tipo di ogni discepolo.

Più avanti, al versetto 5,9, l’autore della lettera assicura la sua comunità che la testimonianza di Dio ha lo stesso contenuto della sua, cioè “suo Figlio”, anche se quella di Dio è ovviamente “maggiore”.

 

1Gv 5,9           Se accettiamo la testimonianza degli uomini,

          la testimonianza di Dio       è maggiore;

          e la testimonianza di Dio

è quella che egli ha reso al Figlio suo.

 

 

Senso dell’ultima ora nella lettera.

 

Un’altra affermazione, meno importante, riguardo alla lettera, ma presente, è lo spavento all’interno della comunità primitiva, di fronte alle prime difficoltà riguardo il contenuto del messaggio e la sua conseguente attualizzazione. È arrivata l’ultima ora perché ci sono delle tensioni all’interno della comunità, ci sono gli anticristi, i secessionisti (cf. 1Gv 2,28, così finiva il primo cerchio della lettera).

Come si spiega questo “nervosismo escatologico”? Probabilmente si spiega -dice il Vanni- con un livello superficiale di comprensione circa la concezione della venuta.

Com’era interpretata questa venuta nelle prime comunità cristiane? Come una venuta in discontinuità quasi assoluta con la precedente.

C’è voluto del tempo per comprendere che la venuta passa attraverso la storia, che entra nella storia dove rimane e si realizza ogni giorno. La venuta era interpretata in modo superficiale rispetto alla sua protratta. Non è stato chiaro, all’inizio, che la venuta di Gesù è una venuta protratta, rinviata, nella storia.

La venuta diventerà, dunque, pure una conclusione e non un qualcosa di nuovo perché nell’arco che separa le parole di Gesù dalla conclusione ultima, avverrà questa manifestazione progressiva dei valori di Gesù.

La venuta appare perciò come una maturazione, con una conclusione certamente. Come sarà questa conclusione non possiamo dirlo perché se ne parla in modo simbolico, ma non ci viene data la cronaca. Questa e la teologia è la spiritualità non soltanto della prima lettera e del vangelo, ma anche, di tutta la scuola giovannea, cioè pure dell’Apocalisse (1,4-8).

La lectio dei brani della scuola giovannea (in particolare quelli dell’Apocalisse), ci suggerisce di entrare nel testo così come sono entrati colui che l’ha scritto, e la chiesa degli origini, ossia contemplando Gesù da cui scaturisce una miniera inesauribile di simboli pregnanti, che poi si collegano l’uno con l’altro [6] .

 

 

 

3          Vediamo qual  è  l’impostazione Nell’Apocalisse

           

U. Vanni, “Divenire nello Spirito” L’Apocalisse guida di spiritualità, Roma 2000, specialmente i saggi “La Parola efficace di Cristo”, 73-98 e “Chi ascolta dica ‘Vieni’ (Ap 22,17): l’atteggiamento conclusivo del gruppo ecclesiale d’ascolto in “L’assemblea liturgica ‘soggetto interpretante’ dell’Apocalisse”, 68-71.

J. López, “Evangelio para una cultura. Carta a los de Laodicea” en Conversaciones con Juan el vidente de Patmos, Madrid 1993, 53-72.

 

I termini che si riferiscono alla venuta in quest’ultimo libro della Bibbia, sono abbondantissimi.

 

Introduzione: dialogo liturgico iniziale (Ap 1,4-9)

 

La venuta di Gesù, di cui si parla con tanta insistenza nell’Ap, è la venuta liturgica, Gesù si fa presente nella comunità liturgica e, in modo particolare, nell’Eucaristia.

Il primo testo fondamentale lo troviamo all’inizio dell’Ap nel dialogico liturgico iniziale: Ap 1,4-8.

 

In questo brano si parla tre volte della venuta:

 

Ap 1:4  “Giovanni, alle sette chiese che sono in Asia: grazia a voi e pace da colui che è, che era e che verrà, dai sette spiriti che sono davanti al suo trono”

 

1:7  “Ecco, egli viene con le nuvole e ogni occhio lo vedrà; lo vedranno anche quelli che lo trafissero, e tutte le tribù della terra faranno lamenti per Lui. Sì, amen”.

 

1:8 ”Io sono l' alfa e l' omega», dice il Signore Dio, «colui che è, che era e che verrà, l' Onnipotente”.

Individuiamo così una struttura concentrica del brano 1,4-8: la stessa frase si ripete all’inizio (v.4), al centro (v.7) e alla fine (v 8).

           

Abbiamo una prima affermazione, lanciata al gruppo d’ascoltatori, al v. 4.

Da “colui che è, che era e che verrà”. È un’espressione difficile non soltanto da tradurre, ma anche da comprendere fino in fondo in greco perché l’autore sta parlando della trascendenza di Dio.

“Era”: la storia della salvezza non comincia oggi. Ha un suo passato, una sua evoluzione, un suo svolgimento nell’ambito dell’AT e non solo. C’è una presenza di Dio che è diventata storia.

“È”: l’ “era” non è separato dal presente. La presenza di Dio nella storia è per noi ed è continuata.

“Verrà”: non dice l’autore “sarà” come verrebbe spontaneo in continuità con “era” ed “è”. Il “venire”, rispetto ad “essere”, indica qualcosa di più concreto. Dio verrà, si farà presente, si farà concreto. Colui che viene è più rilevabile, più circoscrivibile rispetto a Colui che è.

Dobbiamo notare che il verbo è espresso con un participio presente al quale si da una valenza di futuro. Ha, qui, una doppia valenza e non andrebbe tradotto né con “viene” né con “verrà”. L’autore, che sembra una persona colta –nota il Vanni-, avrebbe potuto anche usare il futuro; se non lo usa è perché vuole dire un’altra cosa. È una venuta che si concluderà nel futuro. Nello stesso tempo, è una venuta che ha un presente: viene e continuerà a venire. Forse la traduzione più aderente potrebbe essere questa: “Colui che continua a venire”.

Dio, allora, rispetto all’impegno che ha nella storia, ha un presente continuato  – c’è un passato che illumina e il presente continuato che si sviluppa e diventa un futuro, una conclusione ultima.

 

Al v. 7 si parla della venuta di Gesù da un’altra angolatura carica di simboli preziosi e di citazioni della Scrittura. Da notare l’ “ecco” che nell’Ap richiama l’attenzione e significa “vedi”, “guarda”, “fai attenzione”:

“Verrà con le nuvole” e non “sulle nuvole”. Le nuvole esprimono la trascendenza di Dio; esse dividono la terra dal cielo. Si distingue la zona di Dio dalla zona degli uomini; la nuvola può mediare poiché è in contatto simultaneamente col cielo e colla terra.

Verrà partecipando di questa ambivalenza simbolica delle nuvole; verrà, continuerà a esserci sempre in contatto con la trascendenza e con la terra. È la mediazione di Gesù. Gesù porta agli uomini ciò che lui sperimenta nella trascendenza del cielo.

 

Quando si arriverà alla conclusione ci sarà una certa manifestazione; non si parla di sconvolgimenti cosmici, ma si dice che “lo vedranno tutti anche coloro che lo avranno trafitto”. La manifestazione esplicita sarà, anche per i cristiani, una sorpresa: “e si batteranno il petto…”; è una citazione ripresa da Zac. e indica che tutti resteranno sconvolti da questa manifestazione. È la manifestazione di Uno che è venuto, viene ogni giorno. È Colui che continua in futuro questa venuta fino alla conclusione.

 

Al v. 8 «Io sono … Colui che è, che era e che verrà”, si capisce che questo “verrà” è detto di Dio, ma è attuato attraverso Cristo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Tre aspetti (modalità) diverse della venuta (manifestazione-presenza) di Gesù:

 

In Gesù, Figlio di Dio si rende concreto tutto quello che Dio ha detto e fatto a favore dell’umanità. Nell’Apocalisse la venuta ha tre aspetti:

 

3.1        Una presenza già iniziata di Gesù nella storia che va avanti.

      

3.2       Una venuta come Parola di Dio (Ap 19,11-16).

 

3.3       La venuta-presenza nella liturgia:

Ap 2-3 le sette lettere; Ap 1,19-20; Ap 22

 

 

3.1              Una presenza già iniziata di Gesù nella storia che va avanti.

Si tratta di una venuta continuata che a un certo momento si fa sentire di modo particolare. Ad esempio: Lettera alla comunità di Efeso (Ap 2,1-7) 

La venuta si realizza nell’ambito della storia che va avanti, cioè c’è una presenza già iniziata di Gesù nella storia, un’incarnazione già cominciata. Questa venuta la troviamo nelle lettere. Ad esempio quando Cristo dice alla chiesa di Efeso (Ap 2,1-7):

 

Ap 2,5

 

“Ricorda dunque da dove sei caduto,

ravvediti, e compi le opere di prima;

                altrimenti VENGO (erchomai con senso di futuro: verrrò) presto da te

                                 e rimoverò il tuo candelabro dal suo posto,

se non ti ravvedi,

(se tu non ti converti, se non ricuperi in pieno il primo amore)”.

 

Notiamo come Cristo chiede corrispondenza a quell’amore che lui ha per la chiesa. Cristo chiede di essere amato così come Lui ama. Per questo dice “se tu non ti converti verrò a te e toglierò il tuo candelabro dal suo luogo”.

La chiesa di Efeso è una delle siete chiese. Sette entro il simbolismo numerico dell’Apocalisse indica totalità. segnala, dunque, la totalità della chiesa che sta intorno a Cristo. Cristo è presente in mezzo loro.

L’autore, Giovanni il profeta itinerante,  (Ap 1,9-20 hic v.12) sente la voce e si volta e vede sette candelabri d’oro. In mezzo ai candelabri, c’era uno simile a figlio dell’uomo (1,13). È Gesù che è presente nella liturgia della chiesa. I sette candelabri indicano un’attività liturgica che si svolge. Sette indica la totalità della chiesa in attività liturgica e Gesù in mezzo alla sua chiesa in attività creativa. Alla chiesa di Efeso le viene rivolta l’avvertenza: “ravveditialtrimenti VENGO presto da te e rimoverò il tuo candelabro dal suo posto,

La chiesa di Efeso corre il rischio di essere emarginata dal circuito ecclesiale al quale appartiene, e cioè dalla presenza, dalla venuta ininterrotta del Signore.

Questa avvertenza di Gesù: “se tu non ti converti verrò a te” non indica la venuta finale, escatologica, ma indica che è qualcosa di immediato. C’è una presenza continuata la quale, ad un certo momento, si fa sentire in modo particolare. Questa venuta è secondo il Vanni: come una punta emergente della presenza continuata, incessante, di Gesù.

 

 

 

3.2       Una presenza come Parola di Dio (Ap 19,11-16). Le sue qualità specifiche.

 

La presenza continuata di Gesù è affermata in Ap 19. Si tratta a questo punto di una presenza particolare di Gesù nella storia. Il discorso può essere collegato con la prima presenza di Gesù nella storia umana (Gv 1,14): “La Parola divenne carne e mise la sua tenda in mezzo a noi”. Lo stesso termine lo ritroviamo in Ap 19,13 dove si dice che il suo nome è “Parola di Dio” ho logos tou theou.

Notiamo il v. 11. Si descrive quello che l’autore vede: un cavallo bianco, segno della forza travolgente della risurrezione che invade tutto il campo della storia. E Colui che era seduto su di esso era chiamato Fedele e Veritiero e combatte e giudica nella giustizia”. Fedele e Veritiero perché porta nella storia tutta la ricchezza di Dio e riempie la storia della sua verità, cioè della sua Parola, dei suoi valori.

I suoi occhi come fiamma di fuoco: è un amore che entra nella storia, una forza di trasformazione della storia. Esso porta “un nome che nessuno può conoscere” ed è vestito con un mantello intriso di sangue e il suo nome  “logos tou theou”.  Inoltre porta un nome sul mantello che  è “Re dei re e Signore dei Signori”.

È chiaro che si tratti di Cristo. Proprio perché penetra il campo della storia, questa presenza intraprendente, dinamica, di Gesù, della sua risurrezione, è chiamato “Parola di Dio” nel senso di Gv 1,14. La Parola esprime tutti i valori del Padre ed è destinata agli uomini. L’umanità deve conoscere questa Parola.

Il passaggio dal livello trinitario al livello umano è un passaggio fatto per gli uomini. È la Parola che non rimane a livello trinitario, ma si fa carne, uno come noi. Essendo la Parola diventata uno come noi, densa, carica di tutto il contenuto del Padre, porta tutta la logica del Padre a livello della storia umana. Questa presenza nella nostra storia della Parola di Dio è la prospettiva tipica dell’Apocalisse. L’Apocalisse infatti ci descrive con simboli la presenza di Cristo nel mondo. Questa presenza avrà due conseguenze:

- la prima, la disattivazione di tutto quello che è male organizzato nella storia. Tutti i centri di potere –i re della terra [7] , la violenza, la ingiustizia, la morte - sono disattivati

-   inoltre la presenza di Cristo, che toglie il male dagli uomini, riempie i vuoti, con la sua presenza. Questa presenza di Cristo va concretizzata: è la presenza della Parola, dei valori, di Dio. I valori suoi, sono e rimangono suoi, ma vengono comunicati a noi.

Ecco allora una presenza continuata di questa Parola che si è fatta carne, è venuta in contatto con noi, rimane in contatto con noi e, attivato questo contatto col dono dello Spirito, diventa un contatto, dal punto di vista dell’Ap, che arriva da per tutto.

Questa è l’esperienza che abbiamo della presenza di Cristo: c’è ma rimane sconosciuto, è in progressiva rivelazione; deve essere ancora accolto in crescendo. La sua Parola deve essere in progressivo spostamento verso l’interno di noi. Questa è poi la Parola del Padre.

C’è ma rimane sconosciuto, non riusciamo a valutare in forma adeguata la sua presenza. Ha un nome che conosce solo Lui; noi non riusciamo a conoscerlo. Dall’altra parte, viene affermato che possiamo proclamare il suo nome. Abbiamo questa missione. Il suo nome che noi non conosciamo adeguatamente perché è un segreto suo, diventa però un nome che si comunica, una verità, una valore forza, che si comunica alla storia ed entra in tutte le pieghe della storia ed è appunto “ho logos tou theou”, la Parola di Dio.

Questa presenza di Cristo nella storia tende ad una conclusione che è una venuta particolare, ma non è la venuta di un assente bensì un’esplicitazione, un complemento, un massimo di livello raggiunto di uno che è già presente e attivo.

Troviamo un’aderente corrispondenza a quanto diciamo in diversi scritti del Nuovo Testamento, e in particolare, in 2Pt 3,11-12:

“Voi dovete comportarvi con una condotta santa… attendendo e affrettando (cioè mentre accelerate) la venuta del giorno di Dio”. E poi alla conclusione della lettera (3,18): “… crescete nella grazia e nella conoscenza (gnōsis) del Signore”.

 

3.3       La venuta-presenza nella liturgia [8] :

 

Tale venuta si concluderà a una scadenza che non è prevedibile, ne definibile (cf. 16,15: “Ecco, io vengo come un ladro. Beato chi è vigilante…).

Tale venuta è inculcata soprattutto nel dialogo liturgico conclusivo (cf. 22,7.12.20). La venuta inoltre ha un aspetto rassicurante: una volta che sia stata ultimata, passando attraverso la storia, e realizzata anche con il contributo di mediazione da parte dei cristiani, essa comporterà, sempre da parte di Cristo, una ricompensa proporzionata direttamente all’attività svolta (cf. le promesse alle sette chiese):

 

Ap 22:12 «Ecco, vengo presto (sto per venire) e con me avrò la ricompensa da dare a ciascuno secondo le sue opere (cf. il messaggio alla chiesa di Tiatira: “ Così parla Colui che gli occhi fiammeggianti come fuoco…e tutte le Chiese conosceranno che Io sono Colui che scruta i reni e il cuore e darò a ciascuno secondo le proprie opere” (2,18-23).

A questo punto il gruppo liturgico, consapevole che lo Spirito anima la sua preghiera, esprime con ardore la sua aspirazione ad una presenza piena e sempre più coinvolgente di Cristo in tutti gli spazi della storia. Là, dove, infatti, c’è violenza, ingiustizia, morte, dove domina il consumismo del sistema terrestre (il mondo in senso negativo), c’è un vuoto rispetto ai valori propri di Cristo:

 

Ap 22:17         “Lo Spirito e la sposa dicono: «Vieni». E chiunque ascolta, dica: «Vieni».”

 

            L’invocazione, la preghiera dell’assemblea, di chi ascoltano, tutti e ciascuno, non cade nel vuoto. Cristo l’accoglie, e risponde:

 

22:20                                      «Sì, vengo presto!»

 

Il gruppo d’ascolto (cf. Ap 1,3: “Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia…”),

a questo momento gruppo liturgico (1,10: “nel giorno del Signore”),

ne prende atto e con gioia risponde:   Amen! Vieni, Signore Gesù! (Ap 22,20).

 

La speranza – questo è il messaggio conclusivo dell’Apocalisse-  a questo momento si è fatto dialogo con Cristo risorto e si risolve in preghiera: la presenza continuata di Cristo che arriva in crescendo ad una sua plenitudine, con tutte le sue implicazioni, non è solo oggetto d’attesa, ma è desiderata, voluta, invocata con insistenza e fiducia, con tutta la carica dello Spirito.

A questo punto la speranza esplicita tutta la sua valenza cristologica: è attivata nel cristiano dalla risurrezione di Cristo. È mantenuta viva dall’influsso tonificatore di Cristo, che segue il cristiano in tutta la sua trafila di confronto con il sistema terrestre e costituisce infine egli stesso l’oggetto ultimo della speranza.

Nella lettera a Tiatira (2,28), il Cristo risorto prometteva al vincitore “la stella del mattino”. A conclusione della sua esperienza, la comunità liturgica si sente dire da Cristo risorto che la stella del mattino, simbolo della speranza, è proprio Lui. La risurrezione rende questa stella – dice il Vanni- particolarmente luminosa:

 

Ap 22:16

“Io, Gesù, ho mandato il mio angelo a testimoniare queste cose a proposito delle chiese. Io sono la radice e la discendenza di Davide, la lucente stella del mattino”.

La comunità cristiana che ha la speranza di aver operato per amore, esclama piena di fiducia: “Vieni, Signore Gesù”.

È certamente il Cristo del Natale e il Cristo della parusia.

Poteva la speranza cristiana trovare un’espressione più bella?

 

E qui c’è proprio l’aggancio a 1 Gv 3,3, il quale ha motivato in parte questa riflessione sulla venuta di Gesù:

 

Chiunque ha questa speranza purifica se stesso, come egli è puro.

Dobbiamo affrontare i doveri che ci legano a Dio, agli altri, a noi stessi. Ma le pratiche che vi corrispondono – ci dice Giovanni- devono scaturire da un cuore che ripone nella venuta di Cristo la propria speranza e il proprio desiderio.

 

Ricapitoliamo il movimento che questi quattro versetti (1Gv 2,29-3,3) ci fanno seguire, in base ad una parafrasi applicativa che mi sembra molto aderente. È in forma di esortazione o parenesi:

 

“Dici di conoscere Dio. Non illuderti. Nessuno può dire di essere nato da Dio se non pratica la giustizia. Questa giustizia, però, non è tua e per tanto non puoi attribuirtela. È dono del grande amore che Dio ha per te e per questo ti fa suo figlio. Apriti dunque all’azione di Dio nella tua vita quotidiana, cioè, apriti alla venuta di Cristo, se non vuoi ricadere in “questo mondo” che non può conoscere Dio, perché non conosce altri che se stesso. Per il momento non ti manifesti per quello che già sei. Vivi questo nella preghiera personale e nel sacramento. Mantieni vivo in te il desiderio, fino a quando il velo cadrà e tu apparirai quale sei davanti al Cristo totale. Nell’attesa vivi e credi nella speranza”. [9]

 

 

 



[1] Cf. C.M. Martini, Il coraggio della speranza,  245.

[2] Cf. R. Schnackenburg, The Johannine Epistles, 232.

[3] R. Schnackenburg, The Johannine Epistles, 235.

[4] P. Grech, “Fede e sacramenti”, 160.

[5] Per il Comma Giovanneo vedi la parte introduttiva del commentario dello Schnackenburg, 42-46.

[6] Cf. C.M. Martini, Il coraggio della speranza, 249.

 

[7] “Sulla testa ci sono molti diademi” (Ap 19,12). I diademi sono le insigni dei re della terra che, nell’Ap sono dei centri di potere negativi i quali sono superati dall’azione di Cristo.

[8] U. Vanni, “Divenire nello Spirito” L’Apocalisse guida di spiritualità, Roma 2000, 147; cf. 68-71.

 

[9] J. Laplace, Discernimento, 105-106.