Introduzione alla seconda parte della lettera
Corso AP 2033  Javier López

Seconda enunciazione

dei criteri della nuova comunione con Dio (2,29 - 4,6):

la koinonía sotto l’aspetto della figliolanza divina.

 

Dio è giusto (2,29): “Se sapete che egli è giusto, sapete anche che chiunque opera la giustizia è nato da lui”. Operando la sua giustizia Dio ci fa i suoi figli. Cioè, ci giustifica direbbe S. Paolo. La comunione con Dio intesa in termini di figliolanza.

 

Il primo cerchio ci ha parlato sulla luce che è Dio. Una luce che si comunica a noi, ecco adesso nel secondo cerchio la giustizia, che è Dio che trasforma gli esseri per renderli di nuovo simili a lui.

 

In sintesi questo è il cammino che Giovanni ci invita a seguire:

Dio è giusto (2,29) e “puro, vale a dire, santo” (3,3) e manifesta la sua giustizia in Gesù “per togliere i peccati” (3,5), in modo di diventare in realtà figli di Dio (3,1), e immetterci nell’amore “coi fatti e nella verità” (3,18). Ascoltando ciò possiamo distinguere lo spirito della verità e lo spirito dell’errore (4,1-6).

                Dopo il cammino nella luce, che ci fa vivere in comunione con Dio, Giovanni ci infila in questa stessa comunione sotto l’aspetto della figliolanza divina. In altre parole il distintivo della koinonía è la filiazione divina. Il tema della giustizia di Dio è, infatti, strettamente collegato con quello della figliolanza divina.

 

La filiazione divina (1Gv 2,29-3,1-3)

Bibliografia.

 

Lumen Gentium, “Vocazione Universale alla Santità”, V # 42 e Giovanni Paolo II, Novo millennio ineunte # 30-31.

Mondin, B., Dizionario enciclopedico di filosofia, teologia e morale, Milano 1989

PUG S.L. 50 A 69

Martini, C.M., “La libertà, frutto della verità”in Il coraggio della speranza, Casale Monferrato (AL), 1998,  195-206.

Navone, J., “John:God’s Glory or Self-Glorification?” in Id., Lead, Radiant Spirit. Our Gospel Quest, Collegeville (Minn.) 2001, 93-110.

Segalla G., “L’impeccabilità del credente in 1 Giov. 2,29-3,10 alla luce dell’analisi strutturale”, Riv Bib (1981) 331-341.

___________, “Un appello alla perseveranza nella fede in Gv 8,31-32?” Bib 62 (1981) 387-389.

 

 

1. Commento a 1Gv 3,1

 

1.1  Relazione fra libertà e figliolanza divina.

 

La rivelazione – secondo Mondin [1] - non propone alcuna definizione della libertà, però ci parla di una qualità di vita che dà libertà. E poi aggiunge: “Coniugando insieme le indicazioni teologiche, filosofiche e psicologiche, è possibile cogliere tre istanze fondamentali nell’esperienza della libertà:

 

libertà di, cioè capacità di orientare la propria esistenza secondo valori;

libertà da, cioè capacità di superare condizionamenti interni ed esterni;

libertà per, cioè capacità di relazione disinteressata con l’altro”. 

 

La libertà, secondo Giovanni, è potremmo dire – aggiunge Martini commentando il brano di Gv 8,31-59 [2] - la libertà di essere così come siamo: la libertà di chi si sa accolto, amato, ricevuto, perdonato, difeso, e la scioltezza di chi si sente fra le braccia del Padre, non di un padrone mentre pellegrina sulla terra, cioè in questo mondo.

Ed è inoltre una libertà da qualcosa, cioè dalla schiavitù del peccato. In proposito sarebbe facile citare tanti altri passi di Giovanni (ad esempio il brano della 1Gv che ci occupa) e della Scrittura. Libertà dalla schiavitù del peccato, non significa impeccabilità, bensì che l’uomo viene liberato dalla prepotenza dominatrice delle passioni che schiavizzano il suo cuore, viene liberato dalla prepotenza dell’odio, dell’invidia, dell’avarizia della disperazione, della frustrazione, della sensualità; viene librato dagli idoli del successo, del denaro, del prestigio del piacere ad ogni costo. Se guardiamo attorno ci accorgiamo subito che il mondo in cui viviamo non è libero, ma ampiamente dominato dai condizionamenti del guadagno, del potere ecc. Gesù ci propone di accedere alla libertà, di non lasciarci condizionare dalle tendenze, dalle mode, dall’opinione corrente, per essere figli.

                Questo è molto bene espresso dal sermone del monte il quale ci mostra la differenza fra l’essere figli e l’essere schiavi: “Non affannatevi” per questo o quello, perché siete figli di Dio (Mt 6,35ss). L’affanno della vita, l’ansietà, la paura del domani sono segno – prosegue il Martini [3] - di condizionamento; la scioltezza, la gioia, la serenità sono segni di libertà, di figliolanza divina.

 

C’è una libertà per: “Amatevi come io vi ho amato” (Gv 15,12). È la libertà della legge che costringe dal di fuori. Poiché la legge si riassume nell’amore, la libertà è la capacità di amare spontaneamente e gratuitamente, di vivere la “legge dello Spirito” secondo l’espressione di Paolo. È la libertà per donarsi gratuitamente, così come Gesù il Figlio di Dio ha fatto. Voi infatti, siete stati chiamati a libertà” per essere a servizio gli uni degli altri (Gal 5,1.13).

                È un contesto di libertà evangelico, giovanneo e più ampiamente, neotestamentario, che chiede approfondimento perché sottolinea uno stato ricco positivo del vivere il nostro battesimo.

 

 

1.2. Il rapporto fra libertà e verità in Gv 8,30-36 [4]

 

Prima di tutto, la verità che siamo figli, figli nel Figlio di Dio, ci fa capire che siamo amati  e che siamo a pieno diritto nella casa del Padre; ci libera perciò dalla angoscia della dannazione. Il Padre non ci caccerà mai di casa. Il cuore dell’uomo, in realtà è sempre bloccato di timore, dall’angoscia: Dio mi ama o mi respinge? Gesù ci assicura che siamo amati, che siamo chiamati ad essere figli, che Dio ci è Padre.

 

Secondo la verità ci libera dalla prepotenza delle passioni, in quanto Gesù entra in noi, lo Spirito santo prende possesso del nostro cuore e ci mette nello stato di figli. Le passioni mostrano lo stato dei servi, non dei figli. Il capitolo 5 della lettera ai Galati è molto chiara al rispetto: lo Spirito Santo produce in noi il frutto. Questa è una verità che non rimane ad un livello soltanto di comunicazione di una notizia, bensì viene comunicata all’uomo internamente: “verremo a lui e faremo dimora in lui”. Questa verità rimane e pertanto ci libera. Da cosa ci libera? Dagli idoli del potere, ricchezza, prestigio. Niente è più grande dell’amore di Dio e nessuna promessa eguaglia le sue. Ci fa comprendere come la realtà più grande di tutte è quella di essere amati e di rispondere con amore.

 

In terzo luogo la verità ci libera perché ci rende capaci, entrando in noi, di amare come siamo amati. La verità che “Dio ci ha tanto amati” (Gv 3,16), ci permette di amare come Gesù ci ha amato:

“Se dunque io, che sono il Signore e il Maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri” (1Gv 13:14). “Io vi do un nuovo comandamento: che vi amiate gli uni gli altri. Come io vi ho amati, anche voi amatevi gli uni gli altri” (1 Gv 13:34).

È sempre la stessa verità “Dio ha tanto amato” che diventa fonte di amore, libertà per amare, per servire, per lavare i piedi dei fratelli.

Paolo esorta molto chiaramente Gal 5:13: “Perché, fratelli, voi siete stati chiamati a libertà; soltanto non fate della libertà un' occasione per vivere secondo la carne, ma per mezzo dell' amore servite gli uni agli altri”.

                La libertà cristiana, che nasce dalla verità di Gesù, e cioè dalla sua parola rivelata, dalla sua persona, conclude il Martini, è dunque libertà dall’angoscia, dall’affanno della vita, è serenità, pace, bontà, gioia.

 

2. Commento a 1Gv 3,2

 

La venuta-manifestazione di Dio (in relazione con la figliolanza divina)

 

 

3. Commento a 1Gv 3,3

 

 

4. SINTESI

 

Ricapitoliamo il movimento che questi quattro versetti (2,29-3,3) ci fanno seguire, in base ad una parafrasi applicativa che mi sembra molto aderente [5] .

Dici di conoscere Dio. Non illuderti. Nessuno può dire di essere nato da Dio se non pratica la giustizia [6] . Ma questa giustizia non è tua e per tanto non puoi attribuirtela. È dono del grande amore che Dio ha per te e per questo ti fa suo figlio. Apriti dunque all’azione di Dio nella tua vita quotidiana, cioè, apriti alla venuta di Cristo, se non vuoi ricadere in “questo mondo” che non può conoscere Dio, perché non conosce altri che se stesso. Per il momento non ti manifesti per quello che già sei. Vivi questo nella preghiera personale e nel sacramento. Mantieni vivo in te il desiderio, fino a quando il velo cadrà e tu apparirai quale sei davanti al Cristo totale. Nell’attesa vivi e credi nella speranza. 

 



[1] Teologo-filosofo contemporaneo. B. Mondin, Dizionario enciclopedico, 198-199; nella biblioteca PUG S.L. 50 A 69.

[2] Martini, Il coraggio della speranza, 199.

[3] Martini, Il coraggio della speranza, 200.

[4] Martini, Il coraggio della speranza, 203-204.

[5] Cf. J. Laplace, “Discernimento”, 105-106.

[6] Cf.  articolo citato di E. Arens.