Valentino Donella
E’ sempre
commovente il fatto che il papa, pur negli acciacchi e nella debolezza dell'età
avanzata, insista nel cantare le sue parti di celebrante-presidente; commovente
ed esemplare, tenuto conto che è sempre più raro imbattersi in un prete che nel
corso delle celebrazioni canti il prefazio, qualche orazione o i saluti
rituali. Mi è stato riferito che un chierico - evidentemente da una situazione
di totale e prolungata "diseducazione" seminaristica - ha chiesto al
suo vicerettore che cosa cantasse il papa, cosa fossero quelle melodie e dove
si trovassero. Ingenuità e ignoranza a braccetto. Due flash: da una parte
l'esempio, massimamente autorevole, di come dovrebbero funzionare
"normalmente" le cose; dall'altra la spia grottesca di una diffusa e
preoccupante realtà negativa. A tutto questo dovrei aggiungere la mia personale
esperienza, particolarmente sfortunata: in tanti anni di attività, nelle
parrocchie o nelle comunità in cui mi sono trovato ad operare, non ho mai
incontrato un collega sacerdote capace o disposto a cantare.
I preti italiani non cantano la liturgia: questa è
la verità, che le poche eccezioni non possono smentire; una verità, del resto,
non tanto nuova, ma certamente più "vera" dalla riforma in poi. L'appendice al Messale,
contenente le melodie in questione, rappresentano un tabù per la stragrande
maggioranza dei preti. L'alibi più comune, ma poco credibile è sempre lo
stesso: non c'è la voce; in realtà quella che manca è la volontà, la
convinzione, la cultura del canto presidenziale. È generalmente fuori di
prospettiva che un parroco o un vescovo dei nostri in- toni un semplicissimo
"II Signore sia con voi"; pare che ne vada di mezzo la dignità. La
cosa risulta ancora più evidente dal confronto con quello che avviene nei
soliti paesi di lingua tedesca, anche in ciò esemplari: là cantano tutti i
preti, giovani, vecchi o di mezza età; cantano come canta il popolo e come
cantano le cappelle musicali; e cantano perché a ciò sono stati abituati,
perché fa parte di una cultura assodata e assimilata. L'acidioso
silenzio dei celebranti, oltre ad impoverire e a raffreddare i riti,
rappresenta una ipoteca negativa sullo stesso canto del popolo. Infatti come
pretendere che i fedeli cantino se non gli si da l'esempio: "Medice, cura
te ipsum". Si sono spese tante parole sul diritto-dovere del canto
assembleare, tante raccomandazioni circa la partecipazione diretta della gente,
pochissime sul corrispondente dovere dei celebranti, che al contrario
continuano a preferire il silenzio, poco esemplare e ancor meno trascinante. Una assemblea non esploderà mai
nella pienezza di un "Amen" se dall'altare non parte un convinto e
musicale "Per Cristo nostro Signore".
Questione di educazione remota e approfondita, di
cultura probabilmente tutta da rifondare. Inevitabilmente viene da sbirciare
dentro ai Seminari e verificare il tipo di esperienze specifiche che i
seminaristi hanno occasione di fare lungo il curriculum dei loro studi. Il discorso
si fa complesso ed esigerebbe una conoscenza diretta ed aggiornata della realtà
seminaristica odierna, i cui problemi, non solamente di natura musicale, si
intersecano e assommano, occupando e preoccupando non poco gli educatori,
impegnati prima di tutto a modellare dei preti santi e disponibili. Nel
contesto il fatto che questi sacerdoti sappiano o no cantare è avvertito,
credo, come cosa del tutto secondaria e irrilevante. Almeno questa è
l'impressione che se ne riceve. Quindi: si studia o non si studia canto
liturgico nei seminari? Ci si limita alla sola liturgia, strappandone la parte
integrante che è il canto? Si seguono dei programmi o ci si autogestisce
liberamente? Si preferisce studiare l'arabo, che oggi è pastoralmente più utile
del canto liturgico? Domande alle quali non siamo in grado di rispondere nei
dettagli e per tutti gli istituti; qualcosa, e con più competenza, ha già detto
su questo argomento D. Lupo Ciaglia sul numero di Aprile di questa Rivista.
Sappiamo comunque che la "Ratio studiorum"
dei Seminari Maggiori d'Italia, firmata il 10 giugno 1984 dalla Commissione
Episcopale per l'educazione Cattolica, ha dedicato un capitoletto molto
particolareggiato all'argomento:
"58. Obiettivo: La musica sacra, e in
particolare il canto sacro, è intimamente unita alla Liturgia, alla quale è
connaturata. Per questo la formazione e la pratica musicale nei seminari sono
indispensabili, e devono essere oggetto di materie obbligatorie nella
preparazione del futuro sacerdote, che della Liturgia sarà presidente ed
educatore. Tale formazione deve offrire la conoscenza, la comprensione e la
pratica della musica sacra e deve curare la formazione vocale e l'iniziazione
alla lettura cantata dei brani del celebrante.
Contenuti:
- La musica sacra nella
Costituzione "Sacrosanctum Concilium"
- Legislazione e principi orientativi conciliari e
post conciliari del magistero circa la musica sacra e il canto sacro;
animazione della partecipazione comunitaria; inquadramento della pastorale
liturgica generale.
- Natura e funzione
dei canti dell'ordinario della Messa: parti del sacerdote celebrante, dei
ministri, della schola, dell'assemblea.
- Canti variabili della Messa: canti processionali, canti
responsoriali.
- Canti della liturgia delle Ore (innodia, salmodia, canti responsoriali).
- Educazione al canto liturgico nelle sue varie
espressioni: canto gregoriano, polifonia, canto popolare.
- Esercitazioni pratiche, con la partecipazione
della schola cantorum del seminario nella Celebrazione eucaristica e nella
Liturgia delle Ore".
Documento
indubbiamente molto chiaro, la cui lettura dovrebbe far riflettere gli
interessati. Perché allora le situazioni e i risultati sono così diversi da
quelli previsti dalla "Ratio studiorum"? Lungi dal voler situare la
radice di tutti mali nei seminari, ci pare di dover affermare, in ogni caso,
che anche negli istituti di formazione ecclesiastica e religiosa si è diffusa
largamente quella disistima nei confronti della musica liturgica, che ormai
regna sovrana dappertutto. Fenomeno questo già da noi più volte analizzato e
denunciato. I seminari respirano - ma non dovrebbero - l'aria che circola
intorno. Ed è ingenuo aspettarsi dai seminari (superiori, insegnanti, allievi)
una particolare attenzione per dei valori - tra essi il canto liturgico ortodosso
– che nessuno o pochi oggi apprezzano e si attendono. È un rapporto sciagurato
e apparentemente ineluttabile di cause ed effetti, di condizionamenti
reciproci.
È dimostrato
però che dove agisce un maestro accorto e preparato le cose cambiano radicalmente.
La catena maledetta viene
spezzata. Sono le poche isole felici, dove le difficoltà (non ultima quella di
contrapporsi ad un andazzo generale) non sono eliminate, ma superate con
intelligenza e sensibilità. Merito appunto di qualche illuminato rettore
e di qualche giovane musicista, per lo più laico, che è riuscito a sfondare le
mura "berlinesi" di tanti pregiudizi e cattive abitudini. Ho potuto
costatarlo personalmente in occasione di incontri tenuti in qualcuno di questi
seminari "diversi". Mi urge una ulteriore considerazione, o meglio,
un pensiero complementare che nasce dal confronto con la vita seminaristica dei
tempi passati, dei nostri tempi, immediatamente precedenti il Concilio. Non è
patologica nostalgia, ma voglia di capire di più o meglio. La cultura ceciliana
dominante in quegli anni, checché se ne dica, ci è stata di grande aiuto: ci ha
istillato l'amore al vero canto sacro, ci ha trasmesso basilari convincimenti,
ci ha offerto riferimenti precisi ed esperienze indelebili di autentica preghiera
cantata (quanto gregoriano!, ma anche quanta musica "moderna" di
splendidi autori); ci ha insegnato a discernere con sapienza la musica adatta
alla liturgia dalla musica sconveniente. Anche allora esisteva la musica
profana, con i suoi allettamenti tentatori: ricordo che più di una volta ci
siamo trovati trasgressivamente affacciati alle finestre della camerata ad
ascoltare le ultime canzoni di Modugno provenienti dagli altoparlanti del
piazzale sottostante; ricordo l'esplosione, con echi robusti anche nel nostro
seminario, dei "24 mila baci" di Celentano. Avevamo, in seminario,
perfino un complessino strumentale, 5-6 anni prima che comparissero i Beatles e
la complessomania conseguente degli anni sessanta; ma era per le carnevalate o
per festeggiare in allegria certe ricorrenze in teatro o in refettorio: mai
poteva venirci in mente di portare il saxofono o la fisarmonica o la chitarra
in chiesa. Il secolarismo livellatore, grazie a Dio, era di là da venire.
Il seminario
era ancora luogo di educazione musicale e, perché no?, anche liturgica, e si
trasformava in modello per tutta la diocesi; la musica fatta esemplarmente in
seminario veniva generalmente esportata nelle parrocchie, grazie anche a
fascicoli appositi stampati a cura dei chierici con la rudimentale tipografia
interna, detta "Virpes". E soprattutto si imparava a cantare, tutti,
almeno le cose fondamentali. Significativa l'espressione con cui dalle nostre
parti si indicava la prima Messa del novello sacerdote: "Don Tal dei Tali
ha cantato Messa", come per indicare il culmine di un lungo curriculum,
arrivare a cantare la Messa.
Ora non è più
così, ce ne siamo accorti. I nuovi preti - ma stranamente si associano nella
cattiva abitudine anche i meno giovani e gli anziani - non cantano più. E non
gli interessa più di saper cantare, non interessa a molti seminari, non
interessa a nessuno. Un aspetto di decadenza e di impoverimento preoccupante.
Di più, i seminari rischiano di non essere esemplari, di diventare vetrina
della peggiore musica liturgica in circolazione, a volte perfino a di- spetto
di qualche bravo e volonteroso maestro che vi lavora dentro come insegnante. Si
verifica quello che succede in molte famiglie: l'educazione dei figli viene
impartita più dalla strada, dalla discoteca, dai centri sociali, ecc. che dai
genitori impotenti, ridotti a gestori dell'albergo-casa.
Mi confidava
appunto, un insegnante: "Io li insegno i buoni principi, facciamo anche un
po’ di pratica, organizzando come si deve qualche Messa con canti appropriati;
ma poi, lasciati a se stessi, i seminaristi si vedono travolti da mille esempi
negativi nelle rispettive parrocchie, tra i gruppi dei coetanei, nei movimenti,
ai campi scuola, ai raduni di ogni specie, nelle proposte indecenti delle case
editrici". In altre parole, viene proprio da pensare che in questo
settore, non sia più il seminario ad educare, ma la "strada"; la
quale non può offrire che povere esperienze, se non baillame fuorviante. In
definitiva le nuove generazioni di sacerdoti escono dai seminari con vuoti
culturali paurosi. Seppure hanno appreso qualcosa di liturgia, rimangono a
livelli tribali in quello che riguarda la conoscenza e la pratica del canto
sacro. Ecco dove sta la
differenza. Una volta si usciva dal seminario sapendo cosa era la musica sacra;
oggi i neo-sacerdoti non lo sanno più, in molti casi non l'hanno mai
incontrata, avendo sentito in Seminario solo canzonette o poco più. E quello
che si dice dei preti bisogna cominciare a dirlo pure dei vescovi più giovani:
anch'essi ormai rientrano nella fascia di coloro che non hanno mai fatto
esperienza seria e approfondita e ...salutare di musica sacra. Da cui la
crescente difficoltà di dialogo e di comprensione reciproca.
Il problema dei preti
"muti" si colloca in questo contesto. Con queste premesse non c'è da
meravigliarsi se non cantano più e neppure se li sentiremo sbottare in
espressioni sciocche come quella riferita più o meno fedelmente qualche giorno
fa dal "Corriere della sera" (8-5-'00): "Lasciateci il rock,
avvicina il popolo di Dio" (in contrapposizione al repertorio-base
recentemente pubblicato dalla CEI).
Problema di educazione e di cultura, di
sensibilità spirituale, di purezza di proposte, di visione non secolarizzata e
non banalizzata della liturgia. "Non canto perché sono
stonato!" Si abbia il coraggio di scusanti più credibili.